Dall'esistenzialismo alla mia filosofia

Da novembre 2021 sono entrato a far parte di "WikiFilosofia", un importante riconoscimento come filosofo. Ulteriori dettagli sulla pagina: https://www.wikifilosofia.it/wiki/Stefano_Chiesa

Sono già stato definito “filosofo”
, a dispetto della mia giovane età, in diversi contesti: dalla Libreria “Odradek”, alla Tv “Aracne”, fino alla “Casa della Cultura” di Milano, nonchè il giornale "Milano Sud", per il quale sto collaborando in materia di critica musicale e letteraria.

In materia di religione e conoscenza, mi dichiaro apertamente e radicalmente ateo e agnostico.
Condivido appieno la visione materialista e spirituale dei grandi del 500, secondo i quali la perfezione è già presente all'interno della natura. In quest'ottica, non c'è bisogno di cercare un dio che si proietti oltre, in quanto tale perfezione si riscontra nel mondo tangibile.

La mia filosofia deriva dall'incontro tra grandi pensatori del 900.

Sartre, con il suo Esistenzialismo radicalmente “negativo”, pone le premesse per un “modello di vita”, possibilmente, più costruttivo.
Jaspers, con la metafora del “naufragio dell'esistenza”, indica la condizione di estrema precarietà in cui versa il genere umano; sempre, da un punto di vista esistenziale.
Jankélévitch comunica la sua filosofia attraverso la musica di molti tra i grandi compositori, da me precedentemente evocati: ne deriva il carattere “ineffabile” della musica e della vita, nonché una certa “indeterminatezza”, denotativa della nostra enigmatica natura.
Freud, con la psicanalisi, ci fornisce uno strumento di indagine della realtà che -molto spesso- si rivela estremamente efficace.

Per poi arrivare ai miei Maestri: Massimo Donà, Andrea Tagliapietra e Roberta De Monticelli. Quest'ultima mi ha avviato al pensiero dell'Esistenzialismo. Donà e Tagliapietra, allievi -a loro volta- del compianto Emanuele Severino, sono stati -insieme al grandissimo Italo Valent- i soli, a proporre una filosofia alternativa, rispetto alla tradizione occidentale, secondo molti (ma non per tutti) vista come basata sul “principio di non contraddizione” di Aristotele.

A questo livello, si situa il mio pensiero: “la ragione escludente si traduce in follia” (Stefano Chiesa, Aforisma 77), se interpretata in termini di esclusione o in modo distorto, come è spesso accaduto nel Novecento. Ciò significa che la ragione che non accetta l'altro, ha comportato conseguenze esiziali nell'arco della storia: xenofobia, razzismo, discriminazioni di varia natura, genocidi e interi stermini. Per tale ragione, l'inclusività è la soluzione più auspicabile. Includere l'altro vuol dire ospitarlo in modo “materno” (come dice lo stesso Valent).

Ma bisogna anche -in ultima analisi-, ricorrere all'ironia, come strumento dalla potenza “trascendentale” (come la definisco nei miei primi Aforismi). Ecco come, a differenza del procedimento violento dell'esclusione, “inclusione e ironia, con il loro solletico, disvelano la potenza devastante di demolire interi castelli di senso” (Stefano Chiesa, Aforisma 92). Là dove i “castelli di senso” della ragione patologica si propongono come gli unici pensabili e concepibili, la potenza trascendentale dell'ironia riesce a distruggerli.

In tal modo, il senso inclusivo trionfa, giustificando gli aspetti più insignificanti e assurdi della vita, per poi riassorbirli all'interno di se medesimo.